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La testimonianza di "Una cena al buio"

"Cena al buio": non si vede niente, si capisce molto

Metti una sera a cena con amici. Una tavolata di gente ciarliera. Senti le voci. Rispondi alle domande. Ma non vedi nessuno. Ci sono anche molte altre persone sedute ad altri tavoli. Cogli il brusio di sottofondo. Ma non vedi nessuno. Arrivano i piatti. Senti il rumore dei passi della cameriera alle tue spalle. Ma non vedi nessuno. Annusi il profumo del cibo. Ma non vedi né il piatto, né cosa contiene. E la cameriera è un fantasma silenzioso che scivola via lasciando solo una scia d'aria che ti sfiora. Hai davanti il bicchiere. Tocchi tovagliolo e posate. Ma non li vedi. Che assurdità! Direte. Già, che assurdità. Eppure è l'”assurdità” quotidiana con la quale convive chi è cieco.
Ho provato l'esperienza di una cena al buio. Sono stati i giovani dell'Unitalsi, in collaborazione con i soci non vedenti del circolo Baragli, ad organizzarla per una novantina di persone. Se vi capita l'occasione, ve la consiglio. Non si vede niente, ma si capisce molto.
Ritrovo davanti alla sala polivalente della chiesa di Santa Maria al Pignone tra via Cavallotti e via della Fonderia. Dodici persone per tavolo, ognuno col suo numero. “Avanti quelli del tavolo tre”. Si entra in una stanza in penombra. Il “maitre” dà qualche raccomandazione. Per evitare di mettere le mani nel piatto, aiutarsi con un pezzetto di pane a raccogliere il cibo: una scarpetta più utile che gustosa, insomma. Attenzione a versare vino e acqua nei bicchieri. Mettere un dito all'interno per accorgersi di quando il livello si avvicina pericolosamente al bordo. Poi tutti in fila indiana, mano sulla spalla di chi ti precede per non perdere contatto. E' il momento di entrare in sala. Una sorta di bungy jumping nell'oscurità.

La tenda si chiude alle nostre spalle. Siamo soli pur in mezzo a decine di persone già al loro posto. Gli occhi si sforzano di penetrare il buio. Immagino lo sforzo delle pupille per cogliere anche il minimo chiarore. Inutilmente. Provo quasi un dolore fisico nel tentare di vedere. La nostra guida ci porta al tavolo. Sono seduto. Le mani si muovono con circospezione. Ecco forchetta, coltello e tovagliolo, sulla sinistra. Più avanti al centro il bicchiere. Misuri le distanze dagli altri commensali. Con i più vicini si va a tocco, una spalla, una mano. Con gli altri a voce. Piero, mi senti? Giulia, tutto ok? Si organizza il passaggio di mano in mano della bottiglia dell'acqua e della caraffa col vino. L'hai presa? Sei sicuro? Lascio? Neanche fossero candelotti di nitroglicerina. Arrivano gli antipasti, impresa non difficile: le mani “vedono” tre crostini, tre stuzzichini infilzati con uno stecchino, due sfogliatelle, un bicchierino con cucchiaio. Si avanzano le ipotesi su cosa stiamo mangiando. Non tutto è facilmente riconoscibile. Il gusto dice la sua, l'olfatto offre un aiuto, il tatto anche. Ma, è vero, si mangia anche con gli occhi, momentaneamente disattivati. Sarà così anche per i tre primi, i due secondi con contorno e il dolce finale. Scopriremo che qualcosa abbiamo azzeccato, ma non tutto. Eppure sono pietanze semplici.
In fondo ha poca importanza, non è un quiz di Masterchef. Il cibo è solo il pretesto per riflettere. Immerso nel buio è come essere circondato dal niente. Ogni spostamento, anche minimo, provoca un sottile senso di vertigine. La mancanza di prospettiva crea un disorientamento appena percettibile ma costante. Mi “guardo” una mano. La sento. So che è lì davanti ai miei occhi. Tuttavia non la vedo. Provo a sventolarmela davanti, senza riuscire a percepire niente altro che l'aria smossa. Mi sembra di essere immateriale. Pensieri e parole, nessuna fisicità.
Ma la condizione di un vero non vedente è assai peggiore. Non solo perché io, come tutti coloro che hanno voluto provare questa esperienza, so che al di là della tenda per me tornerà la luce. Il cieco è solo nel buio, chi lo circonda vede. Durante la cena eravamo tutti alla pari. Nessun privilegio, nessun vantaggio. Tutti, più o meno, con gli stessi problemi di ritrovare il pane o il bicchiere. E in fondo il buio, quando sai che è all'”unanimità”, ti mette al riparo, ti nasconde. Confesso che ho messo la mano nel piatto per capire se avevo finito. Che ho avvicinato la bocca al cibo e non viceversa. Se non vedere vale per tutti, anche il galateo viene disattivato. Così mi sono chiesto: e se il buio valesse solo per me e non solo a cena?
La risposta fa paura. Però la paura rende consapevoli. (Matteini Francesco)
 
 

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